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In altre parole

Il tema del mese di Agosto è stato lasciato libero. Ho scelto di scrivere un testo sul libro “In altre Parole” dell’autrice Jhumpa Lahiri (Londra, 1967). Il mio testo si trova a metà tra un riassunto e un pensierino. Il riassunto parla del contenuto del libro e come è nato. Il pensierino, invece, racconta le somiglianze fra la scrittrice e me stessa.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra da genitori bengalesi ed è cresciuta a New York. È diventata una scrittrice conosciuta che ha pubblicato diversi romanzi in inglese: “Interpreter of Maladies” (1999), “Unaccustomed Earth”(2008), “The Lowland” (2013). “In altre Parole” (2015) è il suo primo libro in italiano. È un libro autobiografico ed è composto da una ventina di riflessioni sul suo forte desiderio (incompreso da lei) di imparare l’italiano, per cui sente un amore eccezionale: è un colpo di fulmine.

Il libro racconta anche la sua decisione coraggiosa di trasferirsi con tutta la sua famiglia a Roma, per cominciare lì una nuova vita.

Il libro parla non solo dei successi di Jhumpa, ma anche delle sue difficoltà e dei suoi delusioni. Un bell’esempio di una sua delusione è l’esempio che segue. Con suo marito e i loro due figli, Jumpha entra in un negozio in Italia per comprare vestiti per il loro figlio. Sebbene Jhumpa parli l’italiano molto meglio di suo marito, la commessa si rivolge a suo marito che parla solo un po’ italiano. La ragione è che il marito assomiglia molto a un italiano (è piccolo di taglia, è svelto e ha un aspetto fisico scuro). Invece Jhumpa ha l’aspetto fisico di un’indiana. Questo pregiudizio la fa infuriare perché non è giusto.

Le sue riflessioni parlano anche della sua solitudine. La scrittrice parla delle sue tre lingue che sono legate in un triangolo. La sua madrelingua è il bengalese. È la lingua che viene parlata a casa. I suoi genitori ci sono molto attaccati e non consentono ai figli di parlare l’inglese a casa. Ma la lingua bengalese non è una lingua che Jhumpa padroneggia completamente. Fuori casa e a scuola la lingua parlata è l’inglese. Jhumpa Lahiri chiama l’inglese la sua ‘matrigna’ perché non è la sua madrelingua. Il bengalese e l’inglese, pur essendo per Jhumpa ‘madre’ e ‘matrigna’, sono delle lingue imposte. Non padroneggiare completamente la sua lingua madre e non amare veramente la sua lingua matrigna può creare un vuoto e causare la solitudine. L’italiano, invece, è una lingua scelta da lei, una lingua che la rende felice e indipendente. È la lingua che vuole imparare e parlare ad ogni costo.

Jhumpa Lahiri usa molti metafore per indicare cosa vuol dire imparare una nuova lingua. Usa la metafora di un lago che si deve attraversare. All’inizio c’è ancora la riva a cui possiamo aggrapparci. Quando attraversiamo il lago, a un certo punto, non c’è più la riva, ma solo l’acqua profonda: dobbiamo farcela da soli.

È stato un libro molto interessante da leggere, soprattutto perché riconosco il suo desiderio di imparare questa bellissima lingua. Come lei, quando avevo deciso di voler imparare seriamente l’italiano, ho cercato un insegnante privato che viene a casa mia per insegnarmi l’italiano. Come lei, sono andata in Italia per studiare l’italiano. Come lei, leggo romanzi italiani che fanno parte della letteratura italiana. Come lei, non capisco veramente perché mi sono innamorata di questa lingua. Come lei, parlare italiano mi manca quando non sono in Italia. Come lei, scrivo piccoli racconti (pensierini) in italiano e traduco racconti italiani nella mia lingua madre. Come lei, trovo che tradurre una lingua in un’altra lingua approfondisca la conoscenza di una lingua straniera. Come lei, ho studiato il latino a scuola e ho scoperto che il latino aiuta a capire meglio l’italiano. Ci sono tante assomiglianze! Però, non ho mai preso una decisione talmente ambiziosa e definitiva di voler trasferirmi in Italia per sempre, sebbene lo abbia considerato diverse volte. Ma il coraggio mi manca: di sicuro non ci sarà lavoro per me e Paolo non vuole trasferirsi in Italia, come il marito di Jhumpa.

Quello che è molto interessante è che Jhumpa Lahiri comincia a scrivere racconti in italiano per imparare la lingua. Questi suoi racconti vengono corretti da insegnanti e altri lettori italiani che funzionano come “impalcature”. Noi abbiamo la stessa esperienza con il progetto Pensierini. Quando scriviamo i nostri pensierini in italiano, non usiamo sempre le parole giuste o una sintassi corretta. Sembriamo bambini che fanno anche questi errori. Scrivendo pensierini, scopriamo la lingua e cerchiamo di conoscerla sempre meglio, anche se non diventeremo mai “adulti”.

“In altre Parole” è un libro da non perdere per coloro che studiano l’italiano e vorrei consigliarlo a loro. Non è difficile da leggere e sono sicura che ci si riconosce.

Irene

Nata in Olanda
Vive a Zutphen

6 risposte su “In altre parole”

Un bel pensierino. Ho anche letto alcuni libri da Lahiri, e trovo la metafora dove lei nuota nel Lago. Infatti, ho assistito una conferenza di Lahiri a Washington D.C. un anno fa. Lei ha detto che una vita multiculturali sembra l’aula magna; ci sono tre quattro porte per entrare un’aula e una cultura.

Interessante la vita dei Lahiri e la sua visione del mondo. Una percezione unica che incoraggia molti che amano la scoperta di nuovi modi di vivere, nuovi modi di espandere la crescita linguistica e culturale. Parlare nuove lingue ci apre a nuove culture, nuove esperienze, nuove avventure …

Grazie Irene per la tua raccomandazione. Ho appena finito ‘Il colibri’ di Sandro Veronesi (ha vinto il Premio Strega 2020 con questo libro) e lo consiglio a tutti.

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