Categorie
_

La via di Karin

Venerdì 13 in Germania significa sfortuna, ma per me è un numero di buona fortuna perché il 13 è il giorno di nascita di alcuni membri della nostra famiglia.

Ha suonato il telefono: “Oma (nonna)“, ha detto con un tono triste mia nipote Nicoletta, “non possiamo festeggiare il mio compleanno perché c’è il lockdown. Non abbiamo più il permesso di uscire di casa…”

Avevamo già visto alla televisione, con ansia, apprensione e tristezza gli eventi scioccanti a Bergamo e in altre regioni d’Italia. Io avevo pianto per i morti sconosciuti, eppure molto vicini al mio cuore, avevo sofferto con le infermiere e gli infermieri che lavoravano fino alla fine delle loro forze, avevo tremato per i nostri amici di Corciano, la cittadina in Umbria che è gemellata con il nostro paese di Pentling. Il nostro comune ha mandato messaggi di conforto ai Corcianesi, e su Internet, altri tedeschi, dai loro balconi, hanno cantato per gli italiani che soffrivano.

Per noi tedeschi, il virus, finora, non era sembrato troppo minaccioso; i politici dicevano di avere la situazione sotto controllo. Ma poi? Anche in Germania, specialmente in Baviera, il governo ha adottato misure rigorose dopo il tredici marzo: chiusura dei negozi, dei teatri, di tutti i servizi culturali, delle università e scuole. Non si poteva più visitare gli anziani nelle residenze, né i malati né i moribondi negli ospedali. Che pena, che dolore!

Quando si usciva per necessità, si doveva mettere la mascherina e mantenere la distanza sociale. Le mie figlie, per proteggermi, quasi ottantenne, mi hanno sconsigliato di andare fuori casa, mi avrebbero messo gli alimenti davanti alla porta. Per settimane non gli ho potuto dare la mano, né abbracciarle. Non ho visto i nipoti, le amiche. È stato un dolore fortissimo. Non ho più potuto frequentare le lezioni di italiano e di spagnolo, i passatempi che mi sono cari.

La nostra vita, finora senza troppo grandi preoccupazioni politiche, economiche, sociali era diventata “una selva oscura ché la diritta via era smarrita“. Un virus minuscolo si è impossessato della nostra vita e dei nostri pensieri, ha contrastato i piani di molte persone, ha distrutto i loro sogni, gli ha strappato i più cari. La pandemia ci ha mostrato come si può perdere il cammino, com’è vulnerabile la nostra vita.

Ma come ritrovare “la diritta via“, come ritrovare speranza? Mi sono immaginata di essere un essere umano vivendo in un paese dove c’è la guerra, la violenza, la mancanza di assistenza sanitaria, la povertà estrema. Questa esistenza sarebbe da disperati. Ma noi dobbiamo davvero essere felici di vivere in un paese dove possiamo godere dei benefici sociali, economici e dove, come in altri paesi, c’è gente che lotta contro il virus, che sostiene quelli che stanno perdendo la loro base finanziaria, gente che aiuta quelli che vivono in solitudine completa.

Per aiutare altri mi sono iscritta in un servizio volontario: chiamo per telefono persone che sono sole, scrivo lettere a persone malate in case di riposo; continuo il mio lavoro con profughi, adesso via whatsapp o lettere. E per il mio piacere ho cominciato a fare lezioni online di italiano e di spagnolo. Così sono in contatto con persone di altri paesi, sulla cui storia, cultura, tradizione, ma anche sulle cui preoccupazioni possiamo conversare e godere della simpatia.

Da questa pandemia possiamo imparare ad avere rispetto e solidarietà per il prossimo, non perché lo Stato ce lo comanda, ma per ragione, compassione e responsabilità. Così e con la vaccinazione speriamo di ritrovare “la diritta via“.

Karin

Nata in Germania
Vive a Pentling

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *