Da anni Ermanno Cavazzoni dirige una preziosa collana, Compagnia Extra, per la casa editrice Quodlibet. Dentro ci sono Kafka, Perec, Cornia – e molti altri, ognuno col suo tono di voce, una sua prospettiva stralunata (straniata, direbbe Šklovskij) con cui inquadrare il mondo. Un’idea di letteratura che non ha nulla a che fare con trame, psicologie dei personaggi o unità aristoteliche, quanto con la capacità di fare della sintassi, del tono di voce, dell’andatura della lingua uno strumento di manomissione dei pensieri, di suo riordino, seconda una diversa gerarchia di importanza.
Un’idea di cui possiamo trovare traccia, sotto forma di saggio informale, ne “Il limbo delle fantasticazioni”, pubblicato dall’autore nel 2009. Leggendolo si ha subito l’impressione di respirare meglio, come quando si sfronda un ulivo per farci girare dentro una rondine. Quelle frasi così apparentemente sgrammaticate, quel suo incedere così sbilenco e scanzonato, sono capaci di togliere peso alla pagina, permettendo al lettore di alleggerire i pensieri, liberare spazio nella mente.
È di questa idea di letteratura che ci viene raccontato, in fondo, in Storia di un’amicizia, con cui Cavazzoni è candidato al Premio Strega di quest’anno, dove ritroviamo una serie di esempi su come prendere il fare letterario e la vita che gli ruota attorno. Memorabili gli incontri da Angeli, una trattoria di Bologna dove Cavazzoni e Celati si ritrovavano a parlare di Ariosto, “come altri parlano di calcio”. O le loro passeggiate alla foce del Po’, dove poteva capitare di imbattersi in strani personaggi pronti a vendere elettrodomestici del futuro piovuti dal cielo. Ancora più emblematiche di un certo modo di intendere la letteratura e tutto quello che ne consegue, sono le riunioni del sabato pomeriggio al Collegio San Carlo di Modena, che i due avevano organizzato come fase preparatoria per la nascita della rivista Il semplice. Autori più o meno marginali che trovavano comunque spazio per leggere e condividere i propri scritti, alcuni riusciti, altri meno. “L’idea”, dice Cavazzoni, “era di accordare l’orecchio, arrivare a un sentire comune, o forse meno, arrivare alla elementare possibilità di stare insieme e più o meno avere l’illusione di intendersi, anche se poi ognuno poteva pensarla a modo suo”.
In uno dei primi libri scelti per la “sua” collana, Un artista del digiuno, Cavazzoni scrive in postfazione che oltre ai quattro racconti scritti da Kafka (tra cui spicca l’hungerkunstler – da cui il titolo della raccolta – che fa del digiuno una forma di arte coincidente con la vita stessa, una sorta di berufung senza produzione) potremmo immaginarne un quinto, dal fantomatico titolo ein Schreibkunstler (un artista della scrittura), sulla vita dell’autore boemo, dove leggeremmo di un autore “seduto al suo tavolino, con una piccola luce che gli illumina il foglio, a scrivere, ininterrottamente, questa era la sua felicità”.
La stessa placida felicità che uno può trovare in questo bel racconto (Storia di un’amicizia) incentrato – non tanto o non solo – sull’amicizia tra Cavazzoni e Celati quanto sullo scrivere come una postura con cui stare al mondo, togliendo peso a ciò che non lo merita.
Ugo Coppari
–
Storia di un’amicizia
Ermanno Cavazzoni
Quodlibet, 2026