Ugo Coppari, 2 dicembre 2025
Quando mi è stato chiesto di venire a parlare del mio ultimo libro (“Guida all’installazione di un futuro me”, Quodlibet, 2025) qui all’Università degli Studi di Perugia, ho accettato subito l’invito, senza sapere quale taglio avrei dovuto usare. È un corso di Teoria della letteratura, mi è stato detto dal professor Scrivano. Vogliamo saperne di più sul processo creativo che si nasconde dietro la genesi di un’opera e più in generale vogliamo ragionare su questo: cosa ce ne facciamo oggi della letteratura?
Anche se è impossibile conoscere quali moti dell’inconscio ci spingono a svegliarci alle cinque del mattino per metterci a scrivere, tutti seri e infreddoliti, qualcosa che si andrà a perdere tra migliaia di altri testi che vengono pubblicati senza sosta (85.000 titoli, nel 2004, in Italia), ho provato a risalire a quei giorni in cui ho cominciato a buttare giù le prime righe di questa insolita guida e andando ancora più indietro, a decifrare quali testi, autori, correnti di pensiero mi abbiano spinto a scrivere quello che ho scritto. Una bella scusa per fare altre liste.
Sì, perché questo manuale colpisce per la quantità esorbitante di liste: libri, viaggi, coinquilini, la volontà di inscatolare e catalogare l’esistente nella speranza, forse vana, di governare il caos in cui è immersa la nostra vita. Il primo nome che verrà subito in mente è Umberto Eco, che parla della lista come strumento di conoscenza per dare un limite all’infinità di segni che ci circondano (da qui, la vertigine): dal catalogo delle navi nell’Odissea alle liste di oggetti in Joyce fino alla pittura, dove la cornice stessa può alludere e circoscrivere, allo stesso tempo, l’innumerevole quantità di segni che sappiamo abitare il paesaggio fuori dalla scena.

Preferirei, però, citare un altro testo, meno ambizioso, da cui sono stato profondamente segnato: “Manuale di pulizie di un monaco buddhista”, di Shoukei Matsumoto, monaco di origini giapponesi ormai diventato una celebrità, (anche) per la capacità di mettere a disposizione del mondo occidentale teorie utili per fare ordine, far rallentare una macchina che procede a velocità incontrollata. L’idea alla base di questo libro, che affonda le sue radici nel pensiero zen, riguarda il potere terapeutico del riordino. In soldoni: pulisci la tua casa per pulire la tua anima. Il libro, in linea con la tendenza generale rappresentata da manuali di self help in cima alle classifiche di mezzo mondo, ricorda quanto sia importante liberarsi del superfluo, ordinare quello che si ha e pulire il luogo in cui si abita, per trovarne beneficio mentale.
Da sempre ripeto dentro di me questi due mantra: “A clear desktop is a clear mind”; “Information without organization is no information”. Sarà per questo che da subito ho trovato nel libro di Matsumoto una forma letteraria adatta al mio caso, e – ancora più in generale – capace di far parlare i tempi in cui viviamo (il cosiddetto “zeitgeist”). Se è vero che ogni giorno vediamo circa 400.000 immagini, più di quante fino a non molti anni fa ne vedevamo nell’arco di un’intera vita; se è vero che ogni giorno leggiamo – a differenza di quanto si pensi – infinità di testi, rappresentati dal fiume di messaggi che riceviamo a ogni ora del giorno; e se è vero che la nostra mente non è ancora pronta a elaborare una tale quantità di segni, senza subirne delle conseguenze sul piano della salute, ecco qui spiegato (a) il perché non si trovi tempo per leggere libri e (b) il perché del dilagare di testi che ci aiutino a lenire le ferite provocate da tale terremoto semiotico. Non a caso, in un recente articolo apparso sulla rivista “Il tascabile”, della Treccani, sono stato accostato a una serie di autori racchiudibili dentro l’etichetta “mariekondo wave”, autrice diventata a sua volta celebre in tutto il mondo per aver insegnato a riordinare la casa al fine di riordinare i pensieri (nda. 10 milioni di copie vendute).
Così, essendo io stesso un maniaco (seppur moderato e a fasi alterne) del riordino, mi sono detto: perché non scrivere qualcosa che avesse a che fare con questa mia mania – peraltro in linea con il mercato editoriale internazionale – in forma però romanzata? Flashback: era il 2019, avevo 37 anni e dopo aver pubblicato svariati libri, peraltro facendomi fuggire l’occasione della vita del salire sul gran carro dell’editoria mainstream, mi sentivo nella possibilità e nella libertà di scrivere quello che avrei voluto senza pensare a cosa ne sarebbe venuto fuori.

Non è in fondo quello che fa Zeno Cosini ne “La coscienza di Zeno”? Indagare la propria interiorità, cercare un senso alla propria esistenza, dare una forma alla propria identità, scrivendo di sé, nel suo diario di malato, riga dopo riga. Se lì era un diario scritto per il suo psicanalista, qui – nel mio caso – il destinatario è duplice: il lettore medio e il mio installatore futuro. Così, provocatoriamente, alludendo al fatto che ormai in Italia (ma non solo) nessuno legge più romanzi (nda. il 50% degli italiani non legge neanche un libro all’anno, il 40% da 1 a 10, i cosiddetti “lettori forti” – che leggono cioè più di 10 libri all’anno – sono soltanto il 10%), ho deciso di indirizzare il mio testo a qualcuno che si sicuro questo libro lo leggerà: quell’informatico che in futuro dovrà usare i miei dati (vd. la mia vita sottoforma di lista) per ricreare un mio thanabot, un’anima digitale con cui chi mi sopravviverà potrà dialogare come se io fossi ancora vivo.
Sembra fantascienza e invece è già realtà. In Cina c’è già chi va nei cimiteri decidendo di dialogare con i propri cari estinti sotto forma di fantasmi algoritmici: i thanabot sono infatti l’aggregazione di dati (video, testuali, fotografici, ecc) che permettono di dare forma e voce a una persona che non c’è più. E, ritornando a Svevo, mi sono detto: come è possibile, cento anni dopo l’uscita del suo capolavoro, non tenere conto di queste innovazioni tecnologiche per scrivere letteratura che stia al passo coi tempi? Se a inizio ‘900 le scoperte sull’insondabilità dell’inconscio e sulla relatività del tempo avevano permesso a questo autore triestino di tirare fuori un testo del genere, e al suo insegnante di inglese (Joyce) di tirare fuori un libro dove raccontare la giornata di un uomo (Ulysses) come fosse lunga un anno, oggi – mi è sembrato logico – possiamo e dobbiamo indagare le conseguenze che le innovazioni tecnologiche – prima tra tutte l’AI – hanno sul modo (a) in cui ci rapportiamo al sapere e in cui interroghiamo il mondo, (b) sul modo in cui sappiamo raccontarci.
E, ritornando a Svevo, mi sono detto: come è possibile, cento anni dopo l’uscita del suo capolavoro, non tenere conto di queste innovazioni tecnologiche per scrivere letteratura che stia al passo coi tempi?

Questa storia dei thanabot si lega a una tendenza – che in inglese prende il nome di “quantified self” – che da anni ormai invade le nostre esistenze: quella di monitorare le nostre esperienze quotidiane (battito cardiaco, sonno, passi, ecc), al fine di avere coscienza di quello che si è attraverso la quantificazione del proprio sé. La altissima diffusione degli Apple Watch o simili ne è la dimostrazione. Dati che a loro volta potranno servire a ricreare il nostro fantasma digitale. E se la letteratura è uno specchio in cui rivederci, indagarci, raccontarci, quale spazio le rimane in un mondo in cui tutto è già registrato attraverso i numeri, attraverso un’aggregazione di dati di cui dobbiamo limitarci a dare un’interpretazione?
E se la letteratura è uno specchio in cui rivederci, indagarci, raccontarci, quale spazio le rimane in un mondo in cui tutto è già registrato attraverso i numeri, attraverso un’aggregazione di dati di cui dobbiamo limitarci a dare un’interpretazione?
È nel rispondere a questa domanda provocatoria che dopo aver inserito nel primo capitolo del mio libro, “La vita come quantità”, lascio al secondo capitolo, “La vita come qualità” il compito di dare spazio all’emotività, al lirismo, alla pura soggettività.
In fondo questa soggettività, questo io ipertrofico, che troviamo nella letteratura dell’ultimo decennio mutua la smania di raccontarsi che caratterizza il modello narrativo più importante del ventunesimo secolo: i social network. Carrere e Knausgard hanno dato a questa forma di narrazione un alto valore letterario, arrivando perfino a mettere a repentaglio – anzi, a distruggere del tutto – la propria vita privata, facendo crollare i confini tra vita e letteratura. Ritengo emblematico dei nostri tempi questo mutuare, dal mondo dei social, il bisogno di una certificazione di autenticità che gli stessi autori letterari esibiscono per dare valore alle proprie narrazioni: è proprio vero che tua moglie ha fatto questo e quest’altro? È proprio vero che mentre gli attentatori del bataclan irrompevano nella redazione di Charlie Hebdo tu, Carrere, te ne stavi seduto a fare yoga nella campagna francese chiedendoti se fosse giusto rimanere lì a meditare? Da queste considerazioni, mi sono detto: volete il sangue, voi lettori? Anche io vi darò tutto, perfino le analisi, del sangue (analisi che poi ho deciso di non inserire nel romanzo).

Il vostro professore Scrivano sa bene quanto la pubblicazione di questo romanzo dipenda dall’incontro con Ermanno Cavazzoni, che lui stesso mi ha dato modo di conoscere, una quindicina di anni fa. Dopo quel fortunato contatto, per anni ho avuto modo di confrontarmi con l’autore emiliano e con il suo sodale Celati, inviandogli alcuni dei tanti racconti che scrivevo in una fase giovanile del mio percorso autoriale. Sono belli, sei bravo, mi dicevano. Ma quando chiedevo loro di pubblicare quei miei testi, non se ne faceva mai nulla. Un giorno Gianni Celati mi fece perfino piangere, dicendomi che in tanti anni di corrispondenza non ero arrivato a capire che pubblicare non serviva a nulla, perché la scrittura in sé, la ricerca, la sperimentazione, era il vero fine dell’essere un autore. Perché parlo di Cavazzoni? Perché un giorno mi invitò a partecipare agli incontri dell’Oplepo, di cui lui stesso faceva parte. L’Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale) e il modello a cui si ispirava, il ben più noto gruppo francese OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), fondato nel 1960 – tra gli altri – dal matematico – scacchista François Le Lionnais e dallo scrittore Raymond Queneau, mirano (cito) “ad esplorare sistematicamente la potenzialità della lingua con il continuo obiettivo di produrre nuovi procedimenti, nuove forme e strutture letterarie suscettibili di generare poesie, romanzi, testi rispondenti a prefissate contraintes, prescindendo quindi, almeno in parte, dal tradizionale concetto di ispirazione”. Insomma: lavorare sulle strutture più che sui contenuti. Purtroppo rifiutai l’invito – ahinoi, la gioventù – ma continuai a perseguire gli obiettivi da loro rincorsi.
Da sempre, infatti, ho sempre dato più importanza alle strutture narrative, al mondo in cui la sintassi logica di un procedimento narrativo possono determinare il modo in cui il ricettore cambia prospettiva sul mondo. Non ha tanto, o non solo, a che fare con il concetto di “straniamento” usato da Tolstoj di cui ha parlato Valerio Cuccaroni, in un recente articolo sul Carlino, riferendosi al mio modo di scrivere. Ha a che fare con il modo in cui la logica sottesa alla narrazione determina il significato del messaggio. Faccio un esempio: in un romanzo del 2009, “Limbo mobile”, provai a raccontare un paese immaginario dove alcuni abitanti erano affetti dalla malattia del secolo, l’Alzheimer, emblematica peraltro di un occidente in via di costante invecchiamento. I ricordi dei personaggi scolorivano e il lettore intuisce che qualcosa di non detto si annida nel racconto. Per fare questo avevo preso in prestito il linguaggio usato da mia nonna, negli anni terribili in cui la malattia aveva affossato la sua capacità di mettere nel giusto ordine cronologico il concatenarsi degli eventi: quelli lontani sono chiari, quelli più vicini a noi sfumano e si mescolano in una nebbia indistinta. E se adottassimo questo infausto sistema nella narrazione degli eventi, mettendo in crisi il principio cardine della consequenzialità di causa – effetto, cosa ne verrebbe fuori sul piano letterario?
Altra questione, pur sempre parallela, riguarda il modo in cui il mezzo può determinare il contenuto (cit. Mac Luhan – “The medium is the message”, 1964). Un romanzo, se così si può dire, da cui sono stato colpito e da cui ho tratto ispirazione per cercare una forma romanzesca che facesse “parlare” i tempi in cui viviamo, è “Lincoln in the Bardo”, di George Saunders. Il romanzo prende spunto dalla reale morte del figlio del presidente americano all’età di soli 4 anni. La perdita avviene durante la guerra civile, costringendo Lincoln a sopportare allo stesso tempo la perdita del figlio e dei tanti soldati morti sul campo. L’autore ci mostra questo padre distrutto fare visita al cimitero dove verrà sepolto il corpicino del figlio e dove assisterà al dialogare delle tante anime defunte che abitano ancora uno stadio tra la vita e la morte – come nel Bardo tibetano. Un dialogo costruito da un discorso diretto senza virgolette, senza precisarne l’autore, come un fluire di messaggi che appaiono sulla pagina l’uno dopo l’altro. Lo spunto, racconta l’autore, gli è venuto guardando la figlia chattare su Messenger, con persone sparse chissà dove che scrivevano messaggi senza aspettare il proprio turno. Una tecnica che tradotta sul piano letterario ha una sua efficacia, proprio perché il mezzo (dialogare contemporaneamente delle anime defunte) è il messaggio (la morte e il dolore che provoca a chi perde una persona cara). Un’Antologia di Spoon River 2.0.

Si dice spesso che un autore, nel corso della sua carriera, scriva sempre lo stesso libro, sotto forme diverse. Parli, in sostanza, sempre della stessa cosa. Nel mio caso, credo, questa cosa è la morte e, come suo contraltare, il modo con cui rendiamo significativo il nostro stare al mondo.
Citare
Dovessi dire qual è stata la mia formazione letteraria, direi “blob”, di Enrico Ghezzi. Ricordo ancora i collages creati dal noto autore televisivo, i suoi detournement con cui riusciva a suscitare un nuovo messaggio dalla contrapposizione o dal concatenarsi di immagini apparentemente scollegate tra loro. Ricordo notti insonni passate davanti al suo “Fuori orario”. Film afghani, thailandesi, americani, da ogni dove, che raccontavano altri modi di fare cinema (“Tetsuo”, del giapponese Tsukamoto, tra i più impressionanti che io ricordi). Scoprii ben presto che in quel modo di narrare c’era un intento politico, il desiderio di manomettere la narrazione ufficiale del “potere” (espressioni che solo a evocarle mi riporta ai tempi universitari fatti di posacenere e cene interminabili). Mi imbattei presto in Guy Debord e nel suo celebre “La società dello spettacolo” (1967), una serie di aforismi leggibili come un vangelo della postmodernità. Cito:
Questa epoca, che mostra a se stessa il proprio tempo essenzialmente come il ritorno precipitoso di molteplici festività, è ugualmente un’epoca senza festa. Ciò che, nel tempo ciclico, era il momento della partecipazione di una comunità alla spesa lussuosa della vita, è impossibile per la società senza comunità e senza lusso. Quando le sue pseudofeste volgarizzate, parodie del dialogo e del dono, incitano ad un sovrappiù di spesa economica, non riportano che la delusione sempre compensata dalla promessa di una nuova delusione
(154) – La società dello spettacolo, Guy Debord
Riflessioni come queste, incentrate sullo smascherare come la società dei consumi fosse stata capace di rendere ogni aspetto dell’esistenza mercificabile e socialmente mediata dalle immagini (vd. società dello spettacolo), e di conseguenza finalizzate alla presa di coscienza della necessità di elaborare meccanismi narrativi con cui metterne in mostra tutti i limiti, mi hanno poi fatto avvicinare al situazionismo. Rimasi affascinato dalla loro idea di psicogeografia, che mira a risignificare gli spazi urbani errando al di fuori delle rotte turistiche, mappando le città per come le viviamo. Abbracciai il movimento Adbusters (Journal of the Mental Environment), no-profit canadese – di cui provai a diventare referente italiano – che si prefiggeva l’obiettivo di smascherare i significati nascosti della pubblicità attraverso lo strumento del detournement, che consiste nel “deviare o appropriarsi di elementi esistenti (immagini, testi, oggetti) per reinterpretarli e dare loro un nuovo significato critico”. Questo può essere fatto attraverso il collage, il montaggio o il plagio digitale per sovvertire il contesto originale e stimolare una riflessione, come nel caso di pubblicità sovversive o opere d’arte che rielaborano materiale preesistente.

Nella copertina n° 32 della rivista Adbusters, risalente al 2000, vediamo una copie di due giovani americani medi (vd. bermuda color kaki) rivedersi ritratti nell’immagine pubblicitaria del distributore di Coca Cola proprio mentre stanno per prelevare quella Coca Cola che avevano il desiderio di bere. L’immagine invita a riflettere su quanto il desiderio sia eterodotto. Ci si appropria di un’immagine esistente (la nota pubblicità della Coca Cola) per risignificarne il senso. La citazione sta ne ribaltamento del significato a cui si allude.

Qui invece vediamo il famoso orinatoio che Duchamp decise di “ribaltare” in tutti i sensi, risignificandolo – attraverso il titolo – come “fontana”. Il significato, ci dice Duchamp, è negli occhi di chi guarda o nella società che lo codifica?
Rimasi così folgorato da questi strumenti di risignificazione che decisi metterli al centro della tesi di laurea. E quando pochi anni dopo (era il 2007) venni chiamato dalla Benetton a dirigere la rivista Colors, mi ritrovai confuso, spaesato. Dopo aver “lottato” contro il potere coercitivo della pubblicità nel nostro immaginario collettivo, come avrei potuto contribuire a collaborare con una ditta che aveva fatto di una pubblicità provocatoria e invasiva la sua cifra? Dopo un solo giorno abbandonai l’incarico, credo, però, anche o soprattutto, per innumerevoli altre ragioni inconsce e insondabili.
Questa forma di appropriazione, anche chiamata culture jamming, sembrò poi incappare in un cortocircuito. Perché quelle stesse tecniche che miravano a usare l’ironia e il sovvertimento per invitare a una riflessione critica sul messaggio veicolato dalle pubblicità commerciali, sembra essere stato adottato dai brand che hanno fatto uso del ninja marketing per catturare l’attenzione di consumatori sempre più smaliziati.

Passano gli anni e nella primavera del 2019, pochi mesi prima di iniziare il mio ultimo romanzo (“Guida all’installazione di un futuro me”), che mi ha richiesto poi cinque anni di lavorio, mi imbatto in un saggio del poeta americano Kenneth Goldsmith, “Ctrl + C Ctrl + V”. L’autore si chiede come mai nel mondo della letteratura non sia ancora ben accetto non tanto la citazione, quanto il furto e il plagio che in altre arti è entrato ormai a far parte di svariate forme di composizione.

Se Benjamin indagò per primo, nel suo celebre “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, l’idea secondo cui – con l’introduzione di innovazioni tecnologiche, come la fotografia – la riproducibilità di un’opera d’arte toglie all’opera e all’artista l’aura di unicità e sacralità che l’avevano caratterizzati in precedenza, rendendo l’opera d’arte un prodotto di consumo di massa e non più elitario, Andy Warhol mise in pratica questa profezia, lasciando strascichi su tutta l’arte (pop) a venire e sulla comunicazione pubblicitaria; anche in musica i campionamenti vennero accettati come modalità di appropriazione legittimi. In letteratura, ci ricorda Goldsmith, questo ancora non è accettato. Viviamo in un mondo, come ci ricorda l’autore, dove (nel 2008) un americano medio “consuma 100.000 parole al giorno (…) mentre Guerra e pace contiene soltanto 460.000 parole; ma questo non significa che leggiamo realmente 100.000 parole al giorno – significa che 100.000 parole attraversano il nostro sguardo nel giro di 24 ore”2. In un mondo dove, insomma, si pubblica molto di più di quanto si riesca a leggere (mandando al macero, ogni anno, milioni di volumi intonsi), che senso ha scrivere nuovi libri? Meglio, dice l’autore, come amanuensi certosini e un po’ furfanti, riscrivere testi già esistenti cambiando pochi elementi che siano in grado di veicolarne il significato verso altre vie. O, più in generale, accettare che lo scrittore contemporaneo non sia più creativo per come lo intendevamo in passato, ma creativo nel senso di riealaborare materiale già esistente. Seguendo la logica che “il contesto è il nuovo contenuto”. Come Duchamp presentò un orinatoio come una fontana, l’autore ci racconta di Erik Satie e del suo obiettivo di creare “musica di sottofondo”, ribaltando l’idea che la musica vada ascoltata con attenzione ma che si debba adattare alla vita in cui si innesta. Ci vengono poi raccontati casi più vicini a noi, di scrittori e poeti che usano stringhe di codice (come quelle che si nascono dietro un file jpeg che ci permette di guardare una fotografia in formato digitale) per fare di un materiale appartentemente insignificante qualcosa di significativo; o di poeti che usano i numeri, come in una fantomatica cabala contemporanea, per creare piccolo haiku cifrati. Fino al caso dell’autore stesso, Goldsmith, che decide di ribattere a macchina l’intero testo di “On the road”, scritto da Kerouac su un nastro di telescrivente lungo 36 metri, allo scopo di non interrompere il flusso della sua prosa spontanea; il libro però venne pubblicato in uno stile più tradizionale, secondo le rigide regole del volume a stampa che tutti conosciamo. Goldsmith, riscrivendo il libro, limitandosi al gesto meccanico di battere sui tasti di una macchina, non solo ridà all’opera il suo carattere originario ma allo stesso tempo si concentra sull’atto della trascrizione chiamando in causa la questione legale e concettuale dell’appropriazione. Operazione che si inserisce nel filone della cosiddetta “scrittura concettuale”, dove il processo di creazione è più importante del risultato finale.
Se Goldsmith aveva avuto il coraggio e la forza per produrre un’opera del genere, perché non potevo permettermi di scrivere una sorta di testamento, contenente tutte le esperienze quantificabili della mia vita da aggregare in dati con cui far prendere forma al mio fantasma digitale cioè al mio futuro me? Ho cominciato a scrivere senza sapere dove sarei arrivato, mosso dalle intenzioni piuttosto che dal prodotto finale. La prima parte del mio romanzo la scrissi tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, prima di bloccarmi con l’arrivo della pandemia. Questa parte, a cui avrei poi dato il titolo di “La vita come quantità”, sarebbe poi rimasta un libro incompiuto fino all’autunno del 2024.
La letteratura ai tempi dell’AI
Nell’autunno del 2024, poi, mi sono reso conto che tutte le liste fatte negli anni, poi confluite in questa bozza di romanzo, non riuscivano a dire quanto avrei voluto dire: il periodo di sospensione del covid e tutte le conseguenze nefaste anche sul piano lavorativo, mi hanno permesso di riflettere sulla mia vita, e di mese in mese, tra una catalogazione e l’altra di tutti i libri letti nella vita (una mania che so accomunare molti di noi), ho avuto modo di pensare a cosa mi avessero portato tutte quelle letture; ogni bandella scorsa negli scaffali un ricordo del periodo vissuto mentre mi ero addentrato in quel libro. E alla fine, mi sono detto, se avessi mai terminato quel libro a cui ogni tanto ripensavo, ci avrei dovuto mettere dentro tutto me stesso, la mia soggettività, senza filtri, tutta poesia.
Ci diciamo spesso se in futuro l’AI potrà mai sostituire gli scrittori. No, mi dico. Anche se è vero che svariati test di recente hanno mostrato come i lettori non siano più in grado di distinguere un testo scritto da un essere umano da un’AI, rimane pur sempre (a) la gioia di scrivere, cercando nell’intenzione (di cui sopra) il motore che spinge all’azione e (b) il rifiuto – perlomeno da parte mia – di leggere qualcosa scritto da un essere non senziente (non essendo interessato alla trama, non avrei interesse a leggere un libro, seppur ben congegnato, sapendo che dietro quel testo non c’è un ammasso di impulsi elettrici, sistemi sanguigni ed empatia che fanno di noi quello che siamo).

Non so rispondere alla domanda del vostro professore, se la poesia è un genere letterario o la letteratura è una forma di poesia; so solo che entrambe hanno il potere di mettere in luce, attraverso un certo accostamento delle parole all’interno della frase, una prospettiva da cui poter guardare il mondo. Una prospettiva che sappia scandagliare, dagli anfratti più indicibili della nostra anima alle virtù più nobili, le insondabili profondità del nostro inconscio. L’inconscio umano.
Automatismo e inconscio
Siamo in un mondo, come dicevamo, dove ogni giorno scriviamo una gran quantità di materiale testuale, che costringe uno scrittore a fare attenzione quando si appresta a scrivere qualcosa di letterario. Un autore insospettabile, che ho avuto la fortuna di conoscere nell’autunno 2015, mi fece notare quanto le parole che usiamo ogni giorno su Whatsapp e altre piattaforme simili, sono le stesse parole che usiamo per scrivere i nostri romanzi. E quindi spesso ci appaiono come frecce spuntate, logorate dall’uso sconsiderato che ne facciamo a ogni ora del giorno. E l’unico antidoto a questo processo di logorio, disse Giordano, sta nell’averne cura ogni giorno, anche quando parliamo al bar con gli amici: soppesarle, cercare quelle più adatte al messaggio che vogliamo comunicare, rispettarle. Un invito all’igiene mentale che ci permetta di usare le parole con parsimonia. Una pratica che poi ho ritrovato in quel manuale del monaco buddhista e che ho riversato, sotto altre forme, nella mia guida all’installazione di un futuro me.
*Mono no aware: dal giapponese 物の哀れ , “la bellezza delle cose che muoiono”