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Una lingua in tilt?

L’inglese è una lingua in tilt?

Dicono che l’apprendimento di una seconda lingua faccia riflettere lo studente sulla propria madrelingua, soffermandosi certamente sulle sue caratteristiche linguistiche, ma anche sul suo ruolo geopolitico, economico e culturale.

Da bambino, da madrelingua inglese, credevo che tutta l’umanità lo parlasse. Lo imparava a pappagallo, mimetizzando la lingua della famiglia. Ad un’età abbastanza precoce ho sentito parlare di altre lingue: mia madre le insegnava e comunque la mia famiglia esportava le posate in tutto il mondo creando l’esigenza di tradurre lettere straniere commerciali.

Solo da studente adulto di lingue straniere mi sono accorto delle caratteristiche eccezionali della lingua inglese: secondo l’ONU 1300 milioni di persone lo parlano come madrelingua, così come 920 milioni di persone lo possono parlare come seconda lingua, rendendola la terza lingua più parlata al mondo, dopo il cinese e lo spagnolo. È la lingua franca del mondo. A volte è addirittura stata la seconda lingua più parlata al mondo; gli ispanofoni ci hanno superato a causa di una natalità più elevata.

C’è sicurezza nello stare in una grande folla, in questo caso una folla del 20% del popolo mondiale: ci si dovrebbe sentire rassicurati, no? Anzi, il fatto che tanta gente lo parli significa che la lingua non è più al guinzaglio.

Prima di discutere dei problemi di gestione di una lingua così gettonata, vorrei soffermarmi sulla lingua italiana, la quale versa in una situazione del tutto diversa.

La lingua italiana

Circa 63 milioni di persone al mondo parlano l’italiano come prima lingua e altri 3 milioni lo parlano come seconda lingua. La popolazione dell’Italia nel 2019 è stata stimata a 60.36 milioni, la stragrande maggioranza della quale lo parla. Dato che gli italofoni fuori dall’Italia sono pochi, e l’hanno imparato generalmente da italiani approfittando di materiali didattici pubblicati in Italia, ritengo che la lingua italiana “appartenga” alla patria, consentendo una gestione Statale. Certamente lo Stato approfitta degli strumenti per gestirla. Concede sovvenzioni finanziarie all’Accademia della Crusca, che stabilisce le norme morfosintattiche, grammaticali e lessicali; alla RAI, che effettivamente ha unificato la lingua trasmettendo un italiano neo standard anziché una minestra di dialetti, quasi sempre con una pronuncia vicina a quella fiorentina; e alla stampa, per incoraggiare la lettura. Tutto ciò non significa che la lingua sia fossilizzata, c’è una lenta evoluzione e un’accoglienza liberale, anzi, eccezionale, di parole ed espressioni straniere.

Ma chi gestisce la lingua inglese?

Dato che solo il 3% degli anglofoni mondiali è britannico è difficile che un organo dello stato Britannico riesca a gestire la lingua inglese a livello mondiale. Anche volendo non ne avrebbe la competenza. Le comunità di anglofoni all’estero potrebbero lamentarsi che questo non rientri nelle mansioni della GB; ne sono indipendenti.

Quindi, da britannico di madrelingua inglese, chi credo ci sia dietro le quinte a gestire la mia lingua?

Per quanto riguarda il lessico, credo di saper rispondere. Il comitato editoriale dell’Oxford English Dictionary (OED) ha la competenza di stabilire le norme dell’accettazione di parole nuove e delle derive subite dalle parole già accettate. Può inoltre dichiarare una parola obsoleta. Per dare un esempio concreto della potenza del comitato di redazione, cito il cambiamento nel significato della parola “gay” tra il 1959 (felice, pittoresco, colorito, goliardico) e il 1960 (omosessuale con ogni altro eventuale significato decisamente sconsigliato). L’OED potrebbe anche aggiudicarsi un primato mondiale: consideriamo i possibili significati della parola “set” in inglese: ce ne sono 430. Caspita!

Passiamo alla grammatica. Non ho la più pallida idea di chi la gestisca. So che le opinioni dei dipartimenti di inglese presso le università più prestigiose sono importanti e che incidono sulla accettazione normativa della struttura della lingua. I laureati di queste università hanno voce in capitolo; finiscono per diventare giornalisti, autori, politici, docenti e avvocati.

Soffermiamoci sulla pronuncia. La pronuncia è piuttosto variabile tanto che un britannico di madrelingua inglese di una contea o un paese a volte stenta addirittura a capire il discorso di un britannico di un’altra zona. La BBC ha sempre ricoperto un ruolo importante. Fino a circa 10 anni fa sembrava voler assumere solo coloro che avessero una dizione pulita, con un accento di “received pronunciation (RP)”. Adesso, iniziando dalla radio locale, ha assunto presentatori con stretti accenti regionali e, a volte, anche con un accento americano. Gli accenti variati, nella mia opinione, rendono il discorso più pittoresco e arricchiscono i servizi degli inviati. Però, la cancellazione del loro Reparto della Pronuncia (sì, avevano disponibile un consiglio 24/7/365 sui dilemmi dilanianti, come la pronuncia del nome del pianeta Uranus), e la sopportazione di accenti regionali nega alla BBC la possibilità di aiutare a omologare l’accento britannico.

Un accento standard: chi se ne frega?

Suppongo che l’importanza di un accento RP stia nel fatto che eviti stupidi malintesi tra diversi anglofoni. Vi racconto un piccolo aneddoto sugli effetti delle possibili pronunce di una singola parola su uno straniero.

Siamo stati tra i primi paesi a istituire un programma dello screening (accertamento) del seno, pagato dalla mutua. Questo screening inizia con un esame a raggi X che si chiama la mammografia (mammogram in inglese). La lettere A in inglese dovrebbe essere chiara, rumorosa e a metà tra aperta e chiusa. Ogni settimana all’ospedale c’è una riunione tra radiografi, istopatologi, oncologi, chirurgi ecc per discutere i risultati dello screening e programmare ulteriori esami clinici nonché eventuali cure. Avevamo appena assunto un’istopatologa di madrelingua italiana con una lingua inglese decente. Uscita dalla riunione, accennava a piangere, lamentandosi così: “Che c**** fanno in riunione? Nessuno qui parla l’inglese, insomma un esame a raggi X al seno si chiama un mammogram o no?”

Il problema è stato dovuto alla miscela di professionisti di tante città britanniche e di tanti altri paesi anglofoni. Il nostro chirurgo australiano dice “memmogrem”, la radiologa neozelandese dice “mimmogrim”, e il nostro oncologo di Birmingham con accento regionale “Brummy” di quella città dice “mummugrum”.  L’ho potuta consolare che almeno nessuno qui dice “mommogrom”; finora!

Bassi livelli di scolarizzazione, o addirittura isole linguistiche?

Secondo l’Accademia della Crusca la GB ha un tasso di alfabetismo leggermente inferiore a quello mondiale ma decisamente superiore a quello italiano, rendendo l’Italia il fanalino di coda in merito, nel mondo sviluppato. È denigratorio nei confronti di una nazione criticare la sua competenza linguistica. Quindi, pur essendomi accorto di errori commessi da italiani di madrelingua italiano, taccio.

Invece soffermiamoci sugli errori in inglese commessi dagli inglese. La lingua è variabile, con scale formale-informale, solenne-volgare, eufemistico-disfemistico; ognuno ha la propria posizione sulle scale. Mi sono inoltre accorto di variazioni secondo diatopia (dove), diastratia (ceto sociale), diafasia (situazione) e diamesia (comunicazione), ma ci sono errori commessi immancabilmente dalla maggior parte della popolazione britannica. Per esempio, tra la mia città natale di Sheffield e quella di Leeds, c’è una zona dove la gente capovolge quasi sistematicamente was/were, look/see, teach/learn, shall/will, ago/since. O c’è un basso livello di scolarizzazione (forse un solo insegnante maligno ha storpiato la loro lingua), o ho trovato una isola linguistica, cioè una piccola enclave dove le normative sono diverse.

Ci roviniamo con le nostre mani

Se non bastassero gli effetti di tutti i cambiamenti dell’inglese all’estero che tornano in GB, lasciamo agli istituti dello Stato rovinare la lingua anche in patria. Per dare un esempio in concreto, abbiamo gli errori sempre più tollerati dalla BBC, la quale dovrebbe essere una fonte autorevole. Ad esempio da tanti anni ogni presentatore dice “he compared to” (ha detto che le due cose sono simili) mentre intendono “he compared with” (ha messo a confronto due cose, elencandone le similitudini e le differenze). Sembra essere una sottigliezza, ma durante questa pandemia da Coronavirus, in cui la divulgazione scientifica è così importante, la preposizione errata ha cambiato il significato del servizio in modo rilevante.

Su radio e TV lasciamo passare una pronuncia pigra, dove i presentatori mangiano le lettere, o borbottano, scambiando così “hypothermia” e “hyperthermia” – “la povera donna è morta di ‘hypothermia’ in Grecia durante un’onda calorica, le temperature avendo sfiorato i 40°C”.

Certe istituzioni cercano di semplificare l’inglese per abbreviare gli annunci tramite il tannoy (gli altoparlanti), o addirittura con pretesto presuntuoso di “aiutare gli stranieri”. Ad esempio East Midlands Trains ha deciso di costringere il bigliettaio (oggi chiamato “train manager” o anche peggiore “passenger services consultant”) a leggere un testo prestabilito, cancellando le preposizioni, rendendo verbi, rinomatamente intransitivi in tante lingue, transitivi. “This train departs Sheffield at 7.27 and arrives London St Pancras at 9.32”. Londra St Pancras è una stazione così cosmopolita, gremita dai francesi che ridono di orrore a sentire queste sciocchezze. So che in altri paesi anglofoni cose del genere succedono con le preposizioni, è un cambiamento nella norma collettiva della comunità. In America si suol dire “write me” come se io fossi una lettera, una preposizione omessa, un verbo reso transitivo. L’altro lato della medaglia è che certi Americani dicono “I took it off of the table” cioè “off” non basta più, c’è l’esigenza provata di una seconda preposizione per rinforzare il senso ablativo. Ma dobbiamo storpiare la nostra lingua, senza validi motivi, proprio a Londra?

L’evoluzione dei significati delle parole inglesi tra le nazioni

Il provare a spiegare le derive dei significati delle parole è sempre una fonte di grande fascino.

Guardiamo la lingua inglese in Irlanda. La mamma grida al bambino “don’t be bold”, quella parola vorrebbe dire cattivo (bad). Ma cos’è successo? Bold = coraggioso/audace? Ed essere troppo coraggioso indica una certa cattiveria? Spesso in Irlanda un “cupboard” viene etichettato un “press”. Strano. Ma in italiano ci sono gli stipi in cucina, sotto la superficie lavorativa. E oggetti vengono stipati (pressed) in uno spazio inadeguato. È possibile immaginare come la deriva possa verificarsi.

Vi ricordate i cellulari grandi come un mattone? Tanti anni fa, gli USA avevano una frequenza per cellulari, diversa dalle frequenze in Europa. Un cellulare europeo, tranne quelli abilitati a captare quattro ventagli di frequenze, non funzionava in America. La soluzione? Noleggiarne uno americano per il soggiorno. Sarebbe dovuto essere semplice, ma presso il negozio di cellulari, chiedevamo “Can I hire a phone”. Ridendo a crepapelle, piangendo dalla gioia, le commesse rispondevano “Gee, what do you want it to do for you? Clean the swimming pool?” In America, oggi, non si è mai visto che “hire” significhi noleggiare; significa immancabilmente assumere impiegati (umani).

I bambini decidono il futuro della lingua

A me non piacciono tanto i cellulari ma se ne parla tanto, e tra i giovani sono un oggetto di grande fascino. Immaginate un ventaglio di handset davanti ai teenager.

A sinistra, partiamo dal mio Blackberry, così obsoleto. I teenager chiamano un modello del genere “sad”. Triste? Ma il cellulare non ha un’anima. Cupo/penoso, forse.

Modello numero due, un cellulare HTC. I teenager lo bollano “whatever” cioè un cellulare comunque, qualsiasi, di qualità mediocre.

Modello numero tre, un Samsung Galaxy. I teenager lo etichettano “cool”. Per nulla freddo, è un cellulare fico.

E a destra, c’è l’ultimo modello, un iPhone X che sarà costato oltre €1000. Tanti teenager lo chiamano “wicked!”, “Acheropito, fatto da Dio in persona, fantastico, è il cellulare più bello che io abbia mai visto”. Invece, un cellulare non è, in sé, capace di compiere un crimine particolarmente efferato; non sa essere “wicked”. Comunque “wicked” in italiano può anche significare audace, malizioso, ovvero “playfully mischievous” in inglese. È possibile immaginare come una deriva del genere possa succedere.

E se i teanager, da adulti, continuassero a sostituire “fantastic” con “wicked”, se tutti i giornali autorevoli scrivessero “wicked” con significato di “fantastico”, e tutte le università iniziassero ad accettare gli studenti che dicessero “wicked” intendendo soltanto “fantastico”? Alla fine il venerabile OED deciderebbe di aggiornare il significato della parola wicked, eventualmente cancellando il significato originale.

Un fuoco di fila di espressioni idiomatiche transatlantiche

Fino a tre settimane fa, come la BBC, la Sky News (versione britannica) traduceva le espressioni idiomatiche americane in inglese, o almeno quando erano nuove di zecca.

Accetto che abbiamo accolto l’espressione “spin doctor” nel 1997 durante l’elezione politica che ha coronato Tony Blair Re di New Labour e Primo Ministro. Nessuno sapeva esattamente che cosa significasse o da dove provenisse. Intuivamo che voleva dire uno “speach writer” che sapesse scegliere i “sound bite” più orecchiabili, commestibili dal pubblico, che insabbiavano cattive notizie contemporanee, e che facevano fare bella figura. Ma la parola “spin”? Non ne capivamo l’origine. C’è “spin” con significato di filare un filato di fibre come la seta. C’è l’espressione “spin a yarn” a qualcuno, che significa dare da bere a qualcuno una bugia. Ugualmente c’è spin nel senso della rotazione di una palla, da biliardo inglesi, calcio, cricket, tennis ecc, imposta alla palla da un bravo giocatore per fare in modo che la palla rimbalzi nella direzione più inaspettata dall’opponente. Chissà, ma al momento di presentare un’espressione idiomatica nuova, non è doveroso che il redattore ne dia una spiegazione?

Quindi, cos’è successo recentemente su Sky? Abbiamo le espressioni “call out” (criticare pubblicamente un presa di posizione di qualcun altro, spesso sui social, riferendosi ad esempio al razzismo), “double down” (insistere in/per qualcosa, oppure mentre si perdono soldi giocando d’azzardo si raddoppia la prossima scommessa nella speranza di rifarsi), “row-back” (fare retromarcia, un’inversione ad U, con una politica), blindside (cogliere in contropiede, sorprendere), e la bruttissima “gaslighting” (fare in modo che la vittima dubiti la propria sanità mentale; credo l’espressione sia ispirata ad uno specifico drama).

Conclusione

Non avrei potuto scrivere questo piccolo riassunto su come l’inglese sia una lingua andata in tilt, mai più al guinzaglio, quasi in crisi, se non avessi studiato lingue straniere che me ne hanno dato una prospettiva nuova. L’evoluzione della lingua inglese, anziché essere frutto di un dibattito ponderato in base alla storia, è diventata una lite tra tifoserie. E come britannico che parla la nostra madrelingua, mi sono accorto che il resto del mondo anglofono ci ha sconfitto 97:3, in base ai numeri dei parlanti. È un’osservazione, mica un brontolio.

Nel gestire la sua lingua l’Italia affronta problemi diversi, ma certamente non dovuti ad una maggioranza di italofoni all’estero.

Tim

Nato in Inghilterra
Vive a Sheffield

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