La mia amica giapponese

Cara Yoko, carissima amica,

con l’inizio del semestre invernale, i miei pensieri tornano indietro di 65 anni.

Ricordi il nostro primo incontro? Fu nella sala da pranzo della residenza per studentesse del convento Am Anger, a Monaco di Baviera. Quel mezzogiorno eravamo sedute una di fronte all’altra. Una suora ci servì la zuppa: fu allora che ci guardammo negli occhi per la prima volta e ci sorridemmo timidamente. Con un po’ di esitazione iniziammo a parlare e, alla fine del pasto, ti invitai nella mia stanza, per poterci conoscere meglio.

Ci siamo capite bene fin dall’inizio. La nostra amicizia non nacque dal fatto che fossimo uguali, ma dal fatto che accettavamo e apprezzavamo le nostre differenze.

Tu venivi da una famiglia molto benestante di Tokyo. In convento avevi persino a disposizione un pianoforte a coda per i tuoi studi musicali e, grazie a tuo padre, conoscevi persone influenti della città. Eppure non sei mai stata altezzosa o orgogliosa e, come me, vivevi in una semplice stanza del convento.

Ben presto ti invitai a venire da me, a Ratisbona. Mia madre – rimasta vedova a causa della guerra e profuga – viveva con sua zia e con me in un piccolo e modesto appartamento. Con interesse e sempre con grande cortesia partecipavi alla nostra quotidianità tedesca. E ci divertivamo molto insieme – per esempio quando cercavamo di fotografarci allo specchio. Oggi avremmo fatto dei selfie.

Mi raccontavi delle vostre tradizioni. Un giorno mi sorprendesti con qualcosa di davvero speciale: una cerimonia del tè. Indossavi uno splendido kimono e avevi preparato tutto: il contenitore con la polvere di matcha, il recipiente per l’acqua fresca, il bollitore in ferro, il cucchiaino di bambù e il frustino per il tè. Quella cerimonia mi colpì profondamente. È molto più della semplice preparazione e del bere il tè: è un esercizio di consapevolezza e meditazione, di armonia, rispetto, tranquillità e serenità. In quel momento silenzioso e bellissimo mi sentii particolarmente vicina a te.

Anche nella mia vecchia scuola tenesti una lezione sugli strumenti musicali giapponesi. Ancora una
volta indossavi il kimono e suonasti tu stessa il koto, il cui suono malinconico ci commosse
profondamente.

Ancora oggi, dopo tutti questi decenni della nostra amicizia, conservo il foglio con le note e il testo di «Sakura», la canzone popolare giapponese sui fiori di ciliegio, che avevi trascritto per me e che avevamo cantato insieme.

Allora il mio sogno era insegnare in una scuola tedesca in Giappone e vivere l’esperienza dei “fiori di ciliegio sotto il cielo di marzo”. Invece – oggi posso raccontarlo con un sorriso – ho avuto un marito e delle figlie. Anche tu sei diventata moglie e madre. Che bello che le nostre prime figlie siano nate quasi nello stesso periodo! Ricordi la fotografia di Ursula da bebè, con il kimono?

Gli anni sono passati. Come professoressa di storia dell’arte e studiosa di Pieter Bruegel il Vecchio, ti trovavi spesso in Europa e, durante le tue visite, venivi sempre a trovarci. Insieme a mio marito abbiamo tradotto e discusso con te testi latini destinati ai tuoi libri. Nel frattempo i nostri mariti sono venuti a mancare. Noi continuiamo a vivere la nostra vita e a lavorare, finché la nostra età ce lo permette. Eppure è bello sapere che ci sei – lontana da me e, attraverso tutti i ricordi che condividiamo, così vicina.

Quanto desidererei che potessimo incontrarci ancora una volta di persona – e che tu accompagnassi al pianoforte la nostra canzone «Sakura»! E per un istante tutti quei 65 anni tornerebbero a essere nuovamente vivi – il nostro primo incontro in convento, le nostre conversazioni, le nostre risate e tutte le strade che hanno preso le nostre vite.

Con tutto il mio affetto e ogni bene per te, carissima Yoko, mia amica da 65 anni!

Karin

Nata in Germania
Vive a Pentling