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Compassi

/ FUTURO /

A forza di leggere testi sul Trecento e dintorni, senza vedere di persona né amici né parenti, è come se i vivi e i morti, i vicini e i lontani, si fossero appiattiti in una superficie chiamata presente. Ne vedi le facce cristallizzate nei profili, come negli affreschi che danno un po’ di respiro agli occhi mentre te ne stai lì a leggere questi manuali. Ridono, sono lì a dirti io ci sono, ma in realtà sono solo raffigurazioni bidimensionali. Come gli affreschi, appunto. Poi stamattina parlo con una di queste facce che per mesi è rimasta solo un sorriso inebetito sullo schermo, ed ecco che ti ricordi il bello di essere vivi.

Ma c’è di più. Mia moglie la settimana scorsa trova uno sticker di chissà quanti anni fa. C’era scritto “Lunedì 15 ottobre 2032 ore 6.30”. A quei tempi mi piaceva stampare e appiccicare delle date in giro per le città, sui pali della luce, per invitare i passanti a immaginarsi nel futuro. Avere un’idea di sé proiettata in avanti. Ed è strano averlo ritrovato, questo sticker, proprio oggi che facciamo così difficoltà a pensarci nel futuro, a dare dei margini a quello che potrà accadere.

E forse il bello di perdersi nel Trecento è che poi sviluppi davvero la capacità di usare la mente come un compasso che ti permette di andare tanto indietro quanto in avanti nel tempo. E noti che a pandemia si è sempre risposto con il narrare, tanto Boccaccio quanto Netflix. E te li immagini, questi giovani stravaccati a raccontarsi storie su storie in una villa fuori Firenze. E il pensarli già morti, il pensare che in fondo in un modo o nell’altro loro quella pandemia l’hanno superata, rincuora.

Sarà per questo che un tempo, a me e a mia moglie, ci piaceva girare nei cimiteri, dove le persone non hanno più l’ansia di dire qualcosa, oppure quello che avevano da dire l’hanno già detto.

Ugo

Nato in Italia
Vive in Italia

1 risposta su “Compassi”

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