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Portogallo

Vivo nel Regno Unito da cinque anni, dei quali tre in Scozia. Sono Portoghese e mi sono trasferita qui per lavoro. Ho vissuto a Londra, una città che non mi dispiace ma dove non proverò a vivere un’altra volta. Mi piace tantissimo la bella Scozia, con i suoi paesaggi verdi e le montagne e le valli piene di pecore e mucche, alcune delle quali pelose e che, alcune volte, si trovano anche vicino alla strada. È un bel Paese, con paesaggi belli da morire che infatti mi hanno fatto piangere alcune volte: è un sentimento che allaga il cuore e espande il petto. Le persone sono simpatiche e rispettose, tutto sembra ben organizzato e il lavoro mi piace. Insomma, è un posto che mi permette di avere un buon equilibrio tra la vita lavorativa e sociale.

Però, mi manca tantissimo il mio Portogallo, i suoni portoghesi, i bar e le pasticcerie con tutta quella varietà di pane e dolci, i ristoranti dove mentre si aspetta l’arrivo di una bella quantità di cibo portata in un vassoio (che permette di condividerlo con gli altri o di fare un bis dello stesso pasto) si può calmare e preparare lo stomaco con pane, burro, formaggio e olive. Come mi mancano il sole, il caldo e il mio popolo!

Sebbene mi piaccia la Scozia mi sento una straniera e sebbene sia una cultura europea ci sono differenze tra le culture dei popoli dell’Europa del Nord e del Sud. Anche la lingua è un fattore importante. Non sono una madrelingua e mi sono trasferita poco tempo fa, quindi non conosco molte espressioni idiomatiche e mi manca un’ampiezza di vocabolario. Riesco a capire e a farmi capire bene ma ci sono tante cose che non dico perché non so come dirle in quel modo che mi caratterizza e mi identifica, il modo portoghese. Mi manca esprimermi nella lingua in cui riesco a essere me stessa, con le espressioni che mi piacciono. Quante volte non ho detto niente perché sapevo che qualsiasi cosa dicessi non sarebbe mai riuscita ad avere il significato e la profondità che mi sarebbero piaciuti? Potreste chiedermi: ma dopo cinque anni, parlando l’inglese ogni giorno, non ti aspetteresti di parlare meglio e di aver allargato il tuo vocabolario? Sì, avete ragione, però posso giustificarmi con due fatti. Il primo è il non averne voglia. Ammetto che l’inglese che parlo è sufficiente per vivere qui senza nessun problema, perciò non ho mai sentito la necessità di migliorarlo. Inoltre, adesso ho tutte le mie forze dedicate all’italiano, che mi piace di più e, siccome è simile al portoghese, mi sento più a mio agio. Il secondo è dovuto all’ambiente internazionale in cui vivo e lavoro dove di solito si trovano delle persone che non parlano l’inglese madrelingua (partendo dall’idea sbagliata che tutti i madrelingua parlino la loro lingua in modo giusto). Quindi, io e i miei amici sbagliamo molte volte e abbiamo già creato delle strategie che ci permettono di capire quello che l’altro dice in modo non totalmente giusto o addirittura completamente scorretto e con un accento diverso dal nostro e dai nativi. Il problema adesso è che mescolo parole inglesi con altre portoghesi e, se ho appena letto, scritto o parlato in italiano, ci si mescolano anche parole italiane.

Questa opportunità di conoscere persone con diverse culture e lingue mi ha aperto la mente e sono diventata più tollerante. Sono uscita dal mio Paese di cui avevo un’immagine e dove si hanno certe immagini degli altri Paesi e, nonostante non abbia cambiato molto l’immagine che avevo del Portogallo, ho sicuramente cambiato (e anche capito) molti dei preconcetti che avevo su quello che non conoscevo. Rispetto al Portogallo, riesco a vedere quello che può sicuramente essere migliorato (e ci sono tante cose), ma vedo anche quello che si fa bene. Siamo un popolo amichevole, ospitale, che invita chiunque si è appena conosciuto a mangiare o a bere un bicchiere, che ti porta di persona in un posto invece di dirti semplicemente come ci si arriva, un popolo pacifico. Tra noi diciamo che siamo gente che “abbaia ma non morde” o che “fa fuoco di vista”, che evadiamo le tasse a ogni costo, corrotti, che guidiamo veloce, che il calcio è la cosa più importante, che siamo intelligentoni, furboni, furbetti, ecc. Sì, siamo un po’ di tutto questo, benché io pensi che alcune cose stiano già cambiando. Però, di fronte ad alcuni eventi che sono accaduti in certi Paesi negli ultimi 20-25 anni (quelli in cui ero già sufficientemente cresciuta per capirli), continuo a vedere il mio Paese come un piccolo paradiso, anche se ha i suoi problemi.

Voglio finire parlando del Fado, uno stile musicale portoghese che dal 2011 è Patrimonio Immateriale dell’Umanità. La parola fado significa destino. Il Fado è tipicamente una musica malinconica, che esprime dolore, la “saudade” (la mancanza), che parla di disgrazie amorose e di altro tipo che accadono nella vita, e per questo sembra che il cantante stia piangendo le parole. Ci sono alcune canzoni di Fado gioiose, che giocano con le parole, e altre canzoni che nonostante abbiano un testo triste raccontano le storie attraverso suoni più vivaci. Il cantante di Fado è sempre accompagnato da una chitarra. La chitarra portoghese, con sei paia di corde, ha un timbro che si armonizza con le parole di destino e “saudade”. Quando ero piccola, non mi piaceva il Fado. Mi sembrava una musica triste e dovevo rimanere zitta perché “non si parla mentre si sente il Fado”. Con l’età e con la nuova generazione di cantanti, ho iniziato a identificarmi col Fado e adesso sento veramente che ce l’ho dentro di me, come se fosse un gene che avevo già alla nascita ma che era disattivato e che, per qualche stimolo, è stato attivato. L’anno scorso sono andata negli Stati Uniti per lavoro e, mentre camminavo in un centro commerciale di New York, ho visto un cartellone che stava pubblicizzando un festival di Fado che ci sarebbe stato quella sera. Che gioia ho provato! Il Fado a New York nello stesso giorno in cui io ero lì. Era il mio fado, il mio destino. Penso che non ci sia bisogno di dire che, quella sera, la piazza del centro commerciale era piena di portoghesi e io ero una di loro. Se adesso siete incuriositi e volete sentire il Fado, vi lascio i nomi di alcuni “fadistas”: Ana Moura, Mariza, Carminho, Camané e Carlos do Carmo. La fadista più conosciuta della seconda metà del XX secolo si chiamava Amália Rodrigues. Godeteveli!

Sandra

Nata in Portogallo
Vive in Scozia

2 risposte su “Portogallo”

Tutto vero quello che hai scritto. Anche io ho abitato in Portogallo più di 3 anni ed ho conosciuto il fado. Il Fedora parte dell’esperienza portoghese. Vedere uno spettacolo di fado è un’esperienza. È bello sentire l’accompagnamento della chitarra portoghese e della viola portoghese. Ricordo la definizione di fado che il mio amico fadista Joao mi diede :” tudo isto è fado” ” tutta la nostra vita è fado”. Il fado racconta i momenti malinconici ma anche quelli belli. A me piace molto Camane’ ed una volta l’ho visto ” ao vivo” in piazza a Lisbona.

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