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Come si dice

Da anni mi chiedo in cosa consista il mio lavoro e la risposta a cui sono arrivato è questa: funziono come uno specchio per tutti quegli studenti stranieri che vengono da me per imparare l’italiano. Poi a un certo punto i loro pensieri escono fuori così chiari che di me insegnante non ne hanno più bisogno, da specchio mi faccio finestra, e lo studente può finalmente affacciarsi sul mondo esterno.

Tutti i libri letti e scritti, tutti i viaggi fatti, tutte le teorie glottodidattiche apprese servono soltanto a formulare le domande migliori che possano consentire allo studente che mi trovo davanti di mettere in pratica le strutture sintattiche e grammaticali affrontate, parlando della propria esperienza di vita; alcuni di loro studiano l’italiano per motivi professionali, altri per il piacere di parlare con gli italiani nel corso dei loro viaggi lungo il paese, altri ancora per conoscere meglio una cultura che li incuriosisce.

Ma sono arrivato a pensare che tutti, in fondo in fondo, studiando una lingua straniera, cerchino in questo percorso di studi anche la possibilità di vedersi sotto un’altra luce, di trovare nuove parole e nuove strutture logiche che permettano loro di conoscersi meglio. Per questo cerco sempre di scuoterli proponendo loro domande che hanno a che fare con l’assoluto: perché in questi pochi anni di passaggio meglio parlare insieme di qualcosa che ci unisce, tipo la morte, che di qualcosa che ci differenzia, tipo la pizza.

E alla fine anche io ne esco arricchito, e il loro intercalare, i loro resoconti da ogni latitudine del mondo e dello spirito, influenzano la lingua italiana che di volta in volta torno a usare come autore. Questa raccolta ne esemplifica il risultato.

Ugo Coppari

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